domenica 4 marzo 2007

L'oltrebar


Ore: 13.16

Tempo: Caldo fuori, caldo dentro

Situazione: assurda

Fatti: Me ne sto seduta in un angolo, su un muretto all'ombra di una grande magnolia, che inebria il mio olfatto con quei fiori grandi, bianchi...che la mia nonna mi prendeva sempre quand'ero piccola.
Mi alzo da lì, ho fame e vado in cerca di una bottega che venda un qualcosa di commestibile. La via che attraverso è rovente, l'asfalto si sta quasi sciogliendo sotto le mie scarpe rosa - che erano rosse un tempo - ma si sa, il sole si assorbe i colori per brillare di più.

Da lontano si materializza una figura a me conosciuta, ma nel senso di torpore non lo riconosco immediatamente.

- Salve ragazza!-
Oddio è proprio lui. Non ci credo!! Ma non era morto?
- Ciao Frank! -
- Pensavo non ci fosse in giro nessuno, con questo caldo...-
Io sono ancora un po' spiazzata.
- Già, stavo andando a cercare qualcosa da mangiare o qualcosa di fresco da bere...- gli dico io, con il più grande autocontrollo che riesco ad esternare.
- Ma scherzi?? Anche io! Forza vieni, ti porto in un posticino che non conosce nessuno -
Non mi nego all'invito dell'impavido Sinatra che mi si presenta, molto diverso da come lo avevo immaginato...amabile anzianotto con la magia pura nelle corde vocali.
E invece no, sembra più un ragazzo vestito con abiti che non gli appartengono.
Non ho il coraggio di chiedergli i motivi della sua presenza...la sua biografia non contiene una resurrezione nè tantomeno un ritorno dall'aldilà.
Ci avviamo verso un ponte, non troppo lontano da dove mi trovavo seduta.
Scavalchiamo una piccola palizzata, che da sulla ferrovia...per terra milioni di mozziconi, odori forti e acri, gatti randagi e vermi solitari.

Sotto al ponte si trova una porticina di ferro, scrostata e orribile a vedersi. Rossa, come le mie scarpe quando erano rosse. E scrostata, come una lapide prima che arrivi un'alluvione e se la trascini via.
Frank bussa 5 volte.
La porta non si apre, ma Frank non desiste, e con un calcio atletico e salto mortale incorporato degno del miglior Yuri Chechi alla sua discesa dagli anelli, apre con grazia violenta l'ingresso.

Mi sa segno con cavalleria di entrare per prima. Io lo guardo, e varco la soglia. Davanti a me un bancone a forma di S, in ardesia e legno di betulla. Un bianco e verde che si fondono armoniosamente. Le piccole sedie sono in alcantara. Freddie Mercury sta preparando un Mojito, spezzando il ghiaccio tra le dita dinoccolate.
- Salve Frank, salve ragazza! - urla da laggiù.
- Vi stavo preparando un drink! -
- Ehi Freddie!! Da quanto tempo...-
I due si stringono in un abbraccio fraterno.
-Questa è la mia amica...- dice Frank aspettando che dica il mio nome.
- Trilly! - dico io con un gridolino.

- Trilly, esatto!- conferma lui.
- Piacere cara - dice Freddie.
Io non parlo, sorrido e mi prendo il mio mojito fresco. Ci sono degli stuzzichini sul bancone, e li faccio miei.

Mentre Freddie continua i preparativi per la serata, Frank mi fa strada verso un tavolo. Ci sono tante persone qui, ma io non le conosco, non le guardo, meglio non riconoscerle.

Ci sediamo a un tavolino a forma di fiore. C'è un uomo seduto qui.
- Ciao Picà - dice Frank.
- Oh Frank..caro amigo, ti ho detto tante volte di chiamarmi Pablo...-
I due ridono allegramente.
E io penso a 2 cose: o sono pazza, o sto per impazzire.

Frank si accorge del mio disagio.
Mi prende una mano tra le sue, e sento i segni della sua senilità sulla sua pelle.

- Mia trilly - dice - la morte del corpo non è la morte dell'anima. Qui vive chi è ricordato nel tuo mondo. E io vivo sempre un giorno in più, perchè anche tu ti ricordi di me. Grazie per quella foto mia che hai appeso in cucina. E' fantastico vegliare sulla tua casa. Ma ricorda che i vivi fanno morire i loro ricordi, più dei morti che si tengono vivi nel ricordo. Non dimenticare di ricordare sempre. -

Io lo guardo con una piccola lacrima... -E' arrivato il momento che io vada. -
Mi alzo, gli stringo la mano e mi allontano.
- Sei stata la benvenuta nell'oltrebar! A presto! - dice Freddie asciugando dei bicchieri; io alzo la mano, e lo saluto dalla porta.

Esco fuori, e torno nell'afa più soffocante. La strada è deserta, non c'è nessuno. O forse, non c'è nessuno che ricorda di ricordare.

Conclusioni:
Canticchio tra me e me: "I've got you...under my skin..."

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