Ore: 13.27
Tempo: Sereno con qualche nuvoletta bianca
Situazione: Indecifrabile
Fatti: Dopo un risveglio stile "carrucola-sollevami-di-peso-altrimenti-stamani-non-mi-alzo", sento l'aroma del caffè che arriva fino al mio naso. Non posso resistere a questo profumo, e con le ossa scricchiolanti mi avvio barcollante in cucina. Nessuno mi ha preparato il caffè, ovvio, se sono io la prima a svegliarmi...è stata solo l'illusione dell'odore che è giunto beffardo dalla casa dei miei vicini. Per un momento ho la forte tentazione di unirmi alla loro colazione felice e idilliaca, piena di ammiccamenti e gambe struscianti, ma semplicemente li odio nella loro presunta perfezione, e mi cimento nella preparazione della mia squallida brodaglia; penso che se ho pagato tutto il pacco circa mezzo euro, questo caffè vale solo...vale poco.
La mia caffettiera Speedy Gonzales mi avverte gorgogliando allegra che la mia presuntuosa colazione è servita, così mi siedo in solitaria al mio tavolo, spostando i resti della cena che ieri, malcurante dell'ordine del focolaio domestico, ho abbandonato.
La mia tazza è lì fumante, è bellissima la mia tazza, il suo manico è uno Schnauzer nero. La mia tazza è fichissima, è magica. Ogni tanto il piccolo muso che stringo tra le dita mi guarda, e tra il pollice e l'indice che lo avvolgono, mugola.
Il resto della casa sta dormendo, solo io e la mia tazza siamo svegli. Entra una bella luce dalla finestra.
Penso, ascoltando Barry White. In questo momento chiudo gli occhi e sono con lui, sul palcoscenico, con una folla urlante e con le mani nei capelli. Poi scuoto la testa. I pensieri si mescolano. Sono ancora con Barry White, ma non è un concerto rock, non c'è una folla urlante, solo persone eleganti con teste dondolanti a ritmo, sedute a tavolini di radica con cockails da molto più di mezzo euro l'uno. Riscuoto la testa, torno alla folla urlante. Riapro gli occhi e torno nella mia bella e luminosa cucina. Mi piace la mia cucina. Forse è un po' troppo deliziosamente grande. Sembra una pista da ballo, se fossi Puffetta. Ma io sono quello che voglio quando voglio. Ecco, scuoto la testa e sono Puffetta, o almeno sono grande (o forse meglio dire piccola) come lei. Mi ritrovo in un corso di hip-hop, con una tutina attilata che sculetto insieme ad altre donnine sorridenti e convinte che la loro missione sia diminuire il giro vita per far girare gli uomini per le strade.
Poi penso che gli uomini per le strade si girano in 2 casi: o se sei una bella ragazza, o se sei brutta come un cammello andaluso (senza niente togliere al fascino dei cammelli andalusi). La faccia non la puoi cambiare, hai quella che hai accidenti, a meno che non scuoti la testa e non ti ritrovi ricca e seduta nella sala di aspetto del dottor Troy e Mcnamara, i chirurgi plastici più improbabili. Il primo, inguaribile donnaiolo e barbagianni, il secondo, paranoico e un po' cornuto. Nel peggiore dei casi avrai una faccia nuova ma avrai avuto un uomo in più senza saperlo mai, e nell'altro avrai la stessa faccia nuova ma ti ritroverai per anni con strane paranoie senza saperne il motivo. No grazie, mi tengo la mia faccettina, trovo abbastanza sacrilego rifarsi la faccia. Il resto del corpo mi sta anche bene, ma la faccia no...che degli estranei mi tocchino e mi plasmino il viso...a meno che non ne abbia davvero bisogno...così ringrazio ed esco dalla sala d'aspetto scuotendo la testa, mi sento più a mio agio nella mia cucina.
D'altronde ci sono cose che qui mi danno sicurezza, i miei armadietti, la mia tv che non funziona mai, la mia sedia che se ti lanci a mò di rinoceronte col mal di zampe si sfascerà inevitabilmente, e il mio scarafaggio Frank, che è un po' morto vicino alla finestra, ma conclude il quadretto.
Finisco la mia colazione, che considero decisamente più edificante di quella dei vicini.
Conclusioni: Domani è meglio se vado al bar.
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