lunedì 5 marzo 2007

Deliri notturni

Ore: 1.59

Tempo: Sereno, tira un piacevole filo di vento

Musica di sottofondo:
Radiohead - No Surprises
Turin Brakes- Pain Killer
Wim Mertens - Struggle for Pleasure

Situazione: grave!

Fatti: In preda ad attimi di pura follia delirante, esco con la mia Kira a prendere una boccata d'aria, che da miliardi di anni, è un toccasana.
Mi immagino l'Uomo di Neandhertal che esce dalla caverna a prendere una boccata d'aria dopo una giornata di caccia...poverino, è stanco dopo il lavoro,e va un attimo in riva al fiume a fare due passi, per allentare la tensione. Prima di uscire si stringe intorno alla vita la sua bella pelle di montone d'inverno, o quella di cavallo d'estate (sapete, è più leggera).
Sono le 19.00; lui non lo sa con precisione, ma comincia ad avere un leggero languorino...e non essendoci Ambrogio che sorridente e compiacente gli porge un Ferrero Rocher, si reca dal vicino di caverna, che sta preparando degli spiedini di merluzzo come antipasto, mentre la moglie è dentro la caverna, intenta a ricucire la tasca della pelle di montone del marito.
Così si siede accanto a lui, non dice una parola, non ce c'è bisogno: basta uno sguardo tra uomini. Degusta con lui la prelibata leccornia, si alza scrollandosi di dosso la terra, e con un cenno di saluto con la testa si avvia alla sua rudimentale dimora.
Ecco, che differenza c'è tra una scena del Paleolitico e una scena del 2000 di un uomo che va a prendere un aperitivo? Non c'è.

L'avevo detto che la situazione era grave...bè, tutto ciò per giungere alla semplice e a mio parere (che è tutto dire) assennata conclusione che gli uomini non cambiano mai.
E le donne...neanche loro, no, loro non sono cambiate.
Prima piangevano su un cuscino di paglia, accoccolate sulla terra fredda e umida, ora piangono su un cuscino di piume, accoccolate sul materasso grande e comodo.
Ma ciò che c'è nel loro cuore non cambia.

Prima di uscire mi sono messa in tasca un'illusione.
Ho camminato, guardando il fumo salire lento dalla sigaretta, ho riflettuto, ho parlato da sola come un autentico insano di mente (facendo finta di parlare con il cane, che donna coraggiosa), ho trovato 5 centesimi per terra e ho deciso di lasciarli lì dov'erano. Quante cose ho fatto stasera! Sono stanchissima!
Il cervello è una macchina infernale, magari un bel CTRL+ALT+CANC e via...
Dunque camminavo, abbozzando un sorrisino idiota tipico di chi ha l'aria trasognata, e ogni tanto controllavo che la mia illusione fosse ancora là...e c'era, si agitava come uno spiritello beffardo, ogni tanto tirava qualche calcetto,poi tornava calma.
Ho fatto il giro del quartiere alla velocità di un bradipo ubriaco, le lumache mi sgommavano vicino sghignazzando.
Sono arrivata davanti al cancello, l'ho aperto e piano piano sono rientrata in casa, camminando in punta di piedi per non svegliare gli acari.
Mi sentivo strana, non so per quale motivo.
Ad un tratto, istintivamente, ho messo la mano in tasca, e la mia piccola illusione non c'era più.

Conclusioni: La prossima volta dovrei fare come faceva la donna nella caverna...cucire meglio la tasca.

Il dubbio


Domande.
Delle volte ci si chiede se fare o meno delle domande.
Buffo vero? Domandarsi se domandare. E la paura...tema sempre presente.
Paura delle risposte, delle bugie. Si dice tanto che le bugie fanno schifo, ma quanti di noi pur di non soffrire vorrebbero sentirsene dire...
Io mento, certo, come tutti. E soprattutto mento a me stessa, perchè fa meno male, perchè diventare sordi fa comodo...soprattutto in una giornata come questa, in cui di quesiti ne ho in testa a bizzeffe, ma non ho il coraggio di indirizzare questi miei dubbi a chi di competenza.

Entro in un negozio.
Ci sono scatole rosa, cerchi di rugiada e spicchi di sole freschi.
- Prego, desidera? - chiede la commessa, inclinando le sue antenne.
- Vorrei quel dubbio, quello là in fondo. -
- Quale, quello azzurro? -
- No no, quello nero, grazie -
- Prego, sono 5 euro -

Pago ed esco, col dubbio in mano. E' un po' scuro, ma mi piace il nero, è profondo come...il nero ecco.
Tutto impacchettato, non vedo l'ora di aprirlo!
E' bello comprare un dubbio, non sai mai quello che ti capita. (lo diceva anche Forrest Gump...ma lui aveva una scatola di cioccolatini)
Pensi che se fosse stavo rosa sarebbe stato meno intenso? No, no, non facciamoci ingannare dalle apparenze. I dubbi rosa sono quelli peggiori!
Mi siedo, e mi accendo una sigaretta. E' bella questa panchina, color cirro, carta da zucchero sbiadita. Se fosse stata rosa, mi sarei seduta per terra.
Il fumo sale facendo dei grandi vortici, ed è bello stare a guardare le sue nuvolette...mi alzo, e continuo la mia passeggiata. Ad un tratto mi accorgo che ho dimenticato il dubbio sulla panchina. Corro a cercarlo, oddio non c'è più...qualcuno mi ha rubato il dubbio. E chi sarà stato?
Corro alla prima stazione dei Carabinieri.

- Salve, vorrei denunciare un furto.-
- Mi dica, di che si tratta? -
- Mi hanno rubato un dubbio.-
- Capisco, capita sempre più spesso di questi tempi. Ci si appropria dei dubbi altrui, senza timore. Mi dica, com'era questo dubbio? può descrivermelo?-
- Certo, era nero, quadrato, non l'avevo ancora aperto...-
- Sà, anch'io ieri ho comprato un dubbio, rosa.-
Mio Dio mi sento male. Come ha potuto quest'uomo comprare un dubbio rosa? Non lo risolverà mai...che stolto, penso tra me e me, ma abbozzo un sorriso e non dico niente, per non offenderlo. Mi accorgo che è ossessionato da quel dubbio, e che vorrebbe aprirlo. Lo estrae da sotto la scrivania.
Lo osserva, quasi rapito.
Ah ma io lo capisco, non si resiste a un dubbio chiuso.
Ci guardiamo e ci capiamo al volo.

Comincia a scartarlo...lo apre sollevando il coperchio, solo lui può vedere cosa nasconde. Chiude la scatola.

- Dicevamo Signorina? - non fa commenti riguardo a ciò che ha appena visto.
- Del furto nel mio dubbio...-
- Ah, certo...sà, ho un dubbio su chi possa essere stato...-

La piuma


Ore: 13.51

Tempo: Grigio

Situazione: Triste

Fatti: C'è un gran silenzio oggi. Tutto tace. Sembra che sia notte, respiro piano per non svegliare i miei soliti vicini idilliaci.
Sento il mio cuore battere, pulsare, arrabbiarsi e rallentare.
Certi giorni volano via veloci come non ci si può spiegare, sembra di non poterli fermare, e di non vivere tutto al 100%. Come rincorrere una libellula, ecco.Come diceva quella canzone.
Come si fa a rincorrere una libellula, è impossibile, è troppo piccola e troppo veloce, e se si ferma...poi puff sparisce via, nell'acqua per poi risalire e sbattere le sue piccole e lucenti ali. Delle volte può voltarsi a guardarti. Ed è lì che capisci che non la potrai mai raggiungere.
Ma il solo vederla...è una rarità tale che ti lascia quella pace dei sensi impalpabile.
Vado in collina per prendere un po' d'aria, qui scarseggia l'ossigeno e faccio fatica a ragionare.
C'è il sole in collina, anche se qui piove. Che strano!
Ho un grande campo verde, profumato davanti a me, e popolato da esserini incantati. Chiudo gli occhi, sono in una piccola fiaba.
Mi piace quel luogo della mente dove sei tra la realtà e l'immaginazione, è un posto tranquillo ma talvolta burrascoso, gioioso e valle di lacrime, perfetto ma da cui vorresti scappare. Io qui mi trovo oggi, tra l'erba verde e l'argento della rugiada, con un vento lieve fatto di sogni.
Sento dei rumori, là tra le frasche. Sarà un cerbiatto? Un serpente? Un'allodola?
No. E' un cucciolo di unicorno. Bianco, con un'alone luminoso intorno a sè. Profuma di rose e viole. Il profumo di rose e viole mi fa venire in mente la primavera.
Il piccolo unicorno bruca felice l'erbetta, si volta e mi guarda, occhi negli occhi. Può parlare, lo so, ma non dice niente, e io non gli dico niente. Piango emozionata, e triste, e triste, e triste.
Lui batte le sue ali, è di una bellezza incredibile. Sento altri rumori intorno a me, c'è il mercato al paese degli gnomi! C'è un gran via vai di piccoli mercanti in fiera, trafelati e in ritardo, che corrono a destra e a manca tra i miei piedi e imbastiscono bancarelle in ogni dove. Qualcuno di loro, stanco per il gran da fare, si siede sulla punta delle mie scarpe pensando forse a una strana e grande pietra. Non hanno il cappello rosso...no no, questo non è il paese di David gnomo (David amico mio??), questo è un altro paese, è un villaggio che sta per trasferirsi lontano dal caos del prato, in cerca di un'allegra quanto silenziosa radura in mezzo alla foresta. L'unicorno mi guarda ancora, ha gli occhi di donna, grandi, profondi. Facendo attenzione a non calpestare gli gnomi, mi avvicino a lui. Lo accarezzo lieve sulla testa e poi sul muso, e lui appoggia il muso vicino alla mia spalla, restiamo così per un po'. Ogni tanto apre e chiude le maestose ali, espressione di felicità. Poi mi abbraccia stringendomi tra le piume morbide.
- Tu sei Trilly, ora e sempre. Sai cosa diceva Trilly? - mi dice all'orecchio.
- Non ricordo. - rispondo sincera. Cos'ho detto io?
- Diceva che c'è un luogo, tra il sonno e la veglia. Quello è un luogo meraviglioso, e tu sei lì. E' il luogo dove Trilly amerà per sempre Peter Pan. -

Sbatto gli occhi veloci, e mi ritrovo a scrivere su un blog, a casa mia, davanti alla tastiera del mio pc. Mi tremano le mani.

Conclusioni: Con la coda dell'occhio vedo qualcosa accanto a me. Mi giro di scatto.
Qualcosa scivola dalla mia spalla e cade a terra volteggiando.
E' una piuma.

La conchiglia reale


Vestita di azzurro e oro, sono stata invitata al ballo di corte.
Non ci credo ancora, non sono nobile, eppure eccolo là, il mio invito che sembra mi sorrida.
Il ballo inizierò tra 2 ore; io sono già pronta.

Ho un fermaglio di ametista nei capelli, una collana con ciondoli madreperlati. Mi sento bene, sfodero il mio sorriso sotto al rossetto luccicante, e scendo le scale. Non vivo in un castello incantato, no, ma per me è il luogo più bello del reame.
Una carrozza mi attende.

Non la aspettavo.

Salgo, e in pochi minuti arrivo a palazzo. Non sembra ci sia aria di festa.

Mi avventuro sulla scalinata.
Nessuno mi sta aspettando, e così entro sola nel meraviglioso palazzo; le pareti sono fatte tutte di vetro.

Giungo in una stanza, il pavimento è di marmo bianco, così lucido da confonderlo con il cielo terso. C'è un piccolo tavolo intarsiato laggiù in fondo; giro intorno alle colonne maestose e mi avvicino a quel piccolo oggetto, che spicca nella bianca immensità della sala.
C'è una sedia, ne approfitto e mi accomodo. Sul tavolino non c'è altro che una grande conchiglia.

Attendo minuti, forse ore lì seduta, il tempo sembra non essere parte di questo luogo. Qui il tempo forse non esiste, mi guardo intorno, non ci sono orologi a pendolo.

-Ciao- sento dire sottovoce.
Mi alzo spaventata, guardo a destra e poi a sinistra, non c'è nessuno.
-Ciao- sento di nuovo -sono qui!-
Non capisco da dove arriva quella voce.
-Sono qui, sul tavolino!-
Mi volto.
Guardo quella meravigliosa conchiglia.

-Avvicinati!- sento dire.
Prendo la conchiglia tra le mani.
-Che mani morbide che hai- mi dice la conchiglia.
-Grazie- le rispondo semplicemente.
-Cosa fai qui?- mi chiede
-Dov'è il tuo padrone?- le chiedo
-Non lo sai che non è d'uopo rispondere a una domanda con un'altra domanda?-mi rimprovera.
Taccio.
-Cosa fai qui?- mi chiede nuovamente.
-Sono venuta al ballo-
-Non c'è nessun ballo, stasera. Il ballo è domani, principessa.-
-Non sono una principessa.-
-E allora cosa ci fai qui?-
-Sono stata invitata!- mi sto alterando.

-Non ti arrabbiare- sembra abbia colto il mio stato d'animo -io sono solo una conchiglia-
Ho portato con me l'invito.
Sono sicura, non ho sbagliato giorno.
-Signora conchiglia, ho con me l'invito, e la data è di oggi...-
-Il tempo è relativo- asserisce la reale conchiglia.
-Tu sei molto colta non è vero?- le chiedo.
-Solo vecchia. Tempo fa, molto dopo aver impreziosito la camera da letto di Napoleone, ricordo di essere passata di tavolo in tavolo, di parete in parete, di borsa in borsa, fino a che ho incontrato Albert. Lui aveva strane idee sul tempo. E aveva ragione.-
-Albert Einstein?- chiedo sbalordita.
-Proprio lui cara principessa!-
-Io non sono...-
-Si che lo sei. Una volta entrata qui, lo sei.-
Non rispondo. E' una conchiglia davvero testarda!

-Aspetti un principe?- chiede dopo qualche attimo di silenzio.
Resto scioccata dalla domanda. Aspetto un principe? Non lo so.
-Lo so che credi di non saperlo- mi anticipa -ma allora che cosa ci sei venuta a fare a palazzo?-
Non rispondo neanche stavolta.
-Ci sono tanti prìncipi al mondo,- continua lei -ma se continui a dire di non essere una principessa, come potrai trovare il tuo?-
-Ma io non...-
-Non posso credere che tu non voglia un principe- mi interrompe nuovamente -tu lo vuoi, ma ancora non lo sai. Non perdere tempo, principessa mia. Non farlo. Non sarai eterna come me, che sono eterna, ma sola.-
-Io sarò eterna nei ricordi di chi mi ha amato- le dico schietta.

-Portami con te- mi dice seria.
-Non posso rubarti dal palazzo!- dico stringendola.
-Portami con te!- strilla -io sarò la tua consigliera, tu la mia principessa eterna. Ricordati solo che sono una conchiglia reale.-
-Cosa vuoi dire con questo?- chiedo curiosa;
-Ricordati solo che sono una conchiglia reale- ripete -scappiamo ora!-

Non me lo faccio ripetere, è simpatica e la voglio portare via con me.
Corro con la conchiglia tra le mani, attraverso tutta la sala e mi precipito giù per le scale. Non viene a fermarmi nessuno, non ci sono guardie, non c'è nessuno quaggiù.
La conchiglia ride di gusto, e io con lei. Ho le lacrime agli occhi dal ridere!

Arrivo a casa mia, nella mia piccola tana.
Appoggio la conchiglia sul comodino.
-Buonanotte conchiglia reale.-
-Buonanotte a te, principessa. Ora non sono più reale.- risponde lieve.
-Perchè non lo sei?- le chiedo.
-Perchè non sono più a palazzo- dice.
-E allora io non sono più una principessa- ribatto io.
-Anche se non sei più a palazzo, tu la sei comunque.-
Non la contraddico, non voglio si innervosisca.
-Ma se tu mi chiami principessa, io come devo chiamarti?-
-Tu puoi chiamarmi conchi- risponde lei.
Questa conchiglia è un vero spasso!
Ridiamo ancora una volta, poi Morfeo mi avvolge tra le sue braccia.

Ora è mattina, mi sono svegliata.
Faccio colazione al mio tavolo di legno.
Poi vado da lei, non ha detto niente oggi, non volevo svegliarla...chissà se le conchiglie dormono, penso.
Mi avvicino piano.
-Conchi?- le dico piano abbozzando un piccolo sorriso.
Non risponde.
-Conchiglia reale?- ripeto più ad alta voce. Poi ricordo che non è più reale.
Niente.
La prendo tra le mani.
-Ehi, dormi?-
Silenzio.
Forse parla piano e non riesco a sentirla. La avvicino al mio orecchio.

E sento solo il rumore del mare.

La colazione


Ore: 13.27

Tempo: Sereno con qualche nuvoletta bianca

Situazione: Indecifrabile

Fatti: Dopo un risveglio stile "carrucola-sollevami-di-peso-altrimenti-stamani-non-mi-alzo", sento l'aroma del caffè che arriva fino al mio naso. Non posso resistere a questo profumo, e con le ossa scricchiolanti mi avvio barcollante in cucina. Nessuno mi ha preparato il caffè, ovvio, se sono io la prima a svegliarmi...è stata solo l'illusione dell'odore che è giunto beffardo dalla casa dei miei vicini. Per un momento ho la forte tentazione di unirmi alla loro colazione felice e idilliaca, piena di ammiccamenti e gambe struscianti, ma semplicemente li odio nella loro presunta perfezione, e mi cimento nella preparazione della mia squallida brodaglia; penso che se ho pagato tutto il pacco circa mezzo euro, questo caffè vale solo...vale poco.
La mia caffettiera Speedy Gonzales mi avverte gorgogliando allegra che la mia presuntuosa colazione è servita, così mi siedo in solitaria al mio tavolo, spostando i resti della cena che ieri, malcurante dell'ordine del focolaio domestico, ho abbandonato.
La mia tazza è lì fumante, è bellissima la mia tazza, il suo manico è uno Schnauzer nero. La mia tazza è fichissima, è magica. Ogni tanto il piccolo muso che stringo tra le dita mi guarda, e tra il pollice e l'indice che lo avvolgono, mugola.
Il resto della casa sta dormendo, solo io e la mia tazza siamo svegli. Entra una bella luce dalla finestra.
Penso, ascoltando Barry White. In questo momento chiudo gli occhi e sono con lui, sul palcoscenico, con una folla urlante e con le mani nei capelli. Poi scuoto la testa. I pensieri si mescolano. Sono ancora con Barry White, ma non è un concerto rock, non c'è una folla urlante, solo persone eleganti con teste dondolanti a ritmo, sedute a tavolini di radica con cockails da molto più di mezzo euro l'uno. Riscuoto la testa, torno alla folla urlante. Riapro gli occhi e torno nella mia bella e luminosa cucina. Mi piace la mia cucina. Forse è un po' troppo deliziosamente grande. Sembra una pista da ballo, se fossi Puffetta. Ma io sono quello che voglio quando voglio. Ecco, scuoto la testa e sono Puffetta, o almeno sono grande (o forse meglio dire piccola) come lei. Mi ritrovo in un corso di hip-hop, con una tutina attilata che sculetto insieme ad altre donnine sorridenti e convinte che la loro missione sia diminuire il giro vita per far girare gli uomini per le strade.
Poi penso che gli uomini per le strade si girano in 2 casi: o se sei una bella ragazza, o se sei brutta come un cammello andaluso (senza niente togliere al fascino dei cammelli andalusi). La faccia non la puoi cambiare, hai quella che hai accidenti, a meno che non scuoti la testa e non ti ritrovi ricca e seduta nella sala di aspetto del dottor Troy e Mcnamara, i chirurgi plastici più improbabili. Il primo, inguaribile donnaiolo e barbagianni, il secondo, paranoico e un po' cornuto. Nel peggiore dei casi avrai una faccia nuova ma avrai avuto un uomo in più senza saperlo mai, e nell'altro avrai la stessa faccia nuova ma ti ritroverai per anni con strane paranoie senza saperne il motivo. No grazie, mi tengo la mia faccettina, trovo abbastanza sacrilego rifarsi la faccia. Il resto del corpo mi sta anche bene, ma la faccia no...che degli estranei mi tocchino e mi plasmino il viso...a meno che non ne abbia davvero bisogno...così ringrazio ed esco dalla sala d'aspetto scuotendo la testa, mi sento più a mio agio nella mia cucina.
D'altronde ci sono cose che qui mi danno sicurezza, i miei armadietti, la mia tv che non funziona mai, la mia sedia che se ti lanci a mò di rinoceronte col mal di zampe si sfascerà inevitabilmente, e il mio scarafaggio Frank, che è un po' morto vicino alla finestra, ma conclude il quadretto.
Finisco la mia colazione, che considero decisamente più edificante di quella dei vicini.

Conclusioni: Domani è meglio se vado al bar.

Il fornaio


Ore: 13.25

Tempo: Freddino, c'è il solicino e il cielo è azzurrino.

Situazione: Intrigante ma intricata

Fatti: In cucina sfrigola il pentolino con il mio maestoso pranzo. Una cotoletta con patate con rosmarino. Cibo pronto.
Eh si, eppure io lo odio il cibo già pronto. Chi l'ha preparato? Di certo non una nonnina con grembiule a righe rosa...eh no. Il cibo pronto non te l'ha preparato nessuno. Nemmeno tu, perchè ti senti anche un po' in colpa quando lo mangi. Magari chi l'ha preparato non pensava a te, che orrenda sensazione! E così mangerò in fretta guardandomi furtiva intorno, speriamo che nessuno mi veda. Penso a tutto quello che sta succedendo...e mi rendo conto ancora di quanto sia strana la vita. Mi spiego.
Tutte le mattine vado dal fornaio a comprare il pane. Non c'è vita senza pane. Eppure è solo acqua, farina, un po' di sale e lievito..per il momento lasciamo perdere il pane più elaborato, superfluo per la verità, il pane semplice è molto più buono.
Comunque, vado a comprare il pane. Il fornaio, furbo commerciante ridanciano, offre nella sua vetrinetta ogni sorta di: tartine bignè brioche con marmellata crema cioccolato con zucchero senza zucchero biscotti vuoti farciti bomboloni vuoti e ripieni torte tortine pizze pizzette.
Il mio sguardo, ogni mattina, si posa là. Pizza ai funghi. I love mushrooms.
Ma ce n'è sempre una fetta minuscola. Che fare? La compro? Non lo posso decidere, nel momento in cui ci sto ancora pensando, sento la mia voce che dice "...e anche quel pezzetto di pizza per favore".
Cavolo! Mi ha fregata. La pizzetta è lì nel mio bel sacchettino, tra qualche panino anonimo e un litro di latte fresco intero. Uffa.
Odio questa cosa. Quando la mangio, è talmente piccola che quando l'ho finita ne vorrei ancora un po', ho ancora più fame ma non ce n'è più. E allora perchè ogni dannata mattina la compro?? E poi, chi è quella vecchietta scaltra che ne compra 2 chili alle 7 in punto per vari nipoti nipotini nipotastri? So per certo della sua esistenza, me l'ha detto il fornaio. Ma allora, ancora più imbestialita, mi chiedo perchè diavolo non la compra tutta? Dentro di sè ridacchia perchè sa in cuor suo che io ci sono e che compro l'ultima fettina.
Oggi sto pensando che il fornaio però non ha solo la pizza ai funghi, ne ha tante altre. E non ce n'è solo una fetta. Ce n'è per l'esercito.
Ma io, per una questione di principio, compro sempre quella con i funghi, che stupida eh? E così non me la gusto.
Stamattina sono andata dal fornaio.
Sono entrata.
-Buongiorno-, ho detto io.
-Buongiorno-, ha risposto il fornaio.
-Tutto bene-? ho chiesto io.
-Si, grazie, lei?- ha ribattuto il fornaio.
-Bene grazie-, ho risposto io.
-Quattro panini e un litro di latte?- chiede lui.
-Si, grazie!- rispondo io e gli sorrido.

Mi avvicino lenta al banco della pizza. Oggi non la voglio comprare ai funghi, ce la posso fare. Infatti la compro al prosciutto.

Conclusioni:
-Mi da anche il pezzetto di pizza ai funghi?- chiedo io quasi bisbigliando.
-L'ho finita.- dice lui.
-L'ha finita?? L'ha finita??? L'HA FINITA???????- dico.
-Si, oggi la signora l'ha comprata tutta.-

Il meccanico


Ore: 13.28

Tempo: Sereno, solo fuori

Situazione: Vedere per credere!

Fatti:
E oggi rifletto sulle scelte. Ci sono cose che cambiano la vita, non solo le cose grandi...ma soprattutto la sana quotidianeità.
Sto seduta sul divano, facendo dei rebus. Me ne riuscisse uno oggi...è vero, non sono così brava a risolvere i rebus, giro pagina e faccio le parole crociate. Non sono tanto brava nemmeno in quelle.
A parte che non è vero, sono brava in quelle, ma oggi non lo sono.
Mi accorgo che esce una piccola scia di fumo dal mio cervello...oddio devo andare dal meccanico!!
Mi alzo, metto la giacca e corro dal meccanico.
Non ci sono altri clienti. Spunta un uomo da ditro un angolo. E' lui, il meccanico.
- Salve, problemi? - mi chiede sorridendo al mio sguardo terrorizzato - Non si preoccupi, si risolve tutto, sa!"

E' un grand'uomo. Cioè, in realtà è basso, magro e pelato. Ma è grande dentro, si vede a colpo d'occhio. Le sue espressioni trasudano esperienza.
-Venga avanti!- dice facendomi un segno rassicurante con la mano.
Io mi avvicino un po' titubante.
D'altronde si dice che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

- Forza signorina...abbia fiducia!- sembra mi abbia letto nel pensiero...
Così mi avvicino a lui, che si accorge subito del danno.
- Si si...lei ha pensato troppo...- gira la mia testa tra le sue mani calde -qui c'è da sostituire un fusibile!-
Con fare certo e sicuro di sè mi lascia sola, facendomi accomodare su una piccola sedia di legno. Capisco che sta andando a prendere il fusibile nuovo.
Normalmente mi offenderei...quell'uomo in fondo mi ha appena detto che sono fusa...ma lui è il cervel-meccanico, non si può dirgli niente, è l'unico in città...non potrei fare a meno di lui.
Mi guardo intorno. Vedo vasche strane, ci sono persone dentro che ammiccano e sorridono. Sono in riparazione, felici di esserlo perchè hanno avuto il coraggio di venire qui dove sono io. Ci vuole coraggio ragazzi, non è una cosa da niente. Può essere rischioso. Ma va fatto!
Aspetto un tempo indecifrabile...può essere un minuto come un'ora. Non lo so.
Dondolante il piccolo meccanico torna da me.
- Possiamo risolvere subito il problema, non importa che lei resti qui in riparazione - dice sicuro.
Un po' mi dispiace...potevo fare un po' di vacanza da me stessa.
- Si giri signorina -
Mi giro. Non sento niente, chiudo gli occhi.
- Ecco, già fatto!-
Caspita, non mi sono nemmeno accorta...è proprio bravo questo cervel-meccanico, ve lo consiglio!
- Il pezzo rotto lo vuole? - mi chiede.

Non mi aspettavo questa domanda.
- Si!- rispondo. E' la prima parola che dico da quando sono qui, e non ho nemmeno deciso io di dirla.
- Tenga!-
Mi da in mano il fusibile. E' rotto. L'ho rotto io, forse con i rebus, o le parole crociate.
Uhm...forse no.
- Quanto le devo? -
- Niente signorina, il primo intervento è gratis!-
Sono quasi commossa!
Poi ripenso in una frazione di secondo a quello che mi ha detto.
Il primo intervento è gratis...il primo?? Ritorno con la mente dove sono.
- Se ci fossero problemi, il fusibile è in garanzia. Arrivederci!-
Speriamo di non rivederti, penso tra me e me...non voglio si fonda qualcos altro.
Stringo ancora tra le dita il fusibile.
- Ah signorina! -
Mi volto con espressione curiosa.
- Si ricordi che ci vorrà qualche tempo perchè il fusibile funzioni perfettamente, ora il suo cervello potrebbe avere qualche scompenso e lei potrebbe ritrovarsi a dire o fare cose che non ha pensato!-
Ecco perchè prima ho detto "si" senza accorgermi.
Faccio cenno con la testa, saluto e vado via.

Passo davanti a un cestino, senza pensarci butto via il fusibile...oddio no! Non volevo buttarlo!!
Troppo tardi...il nuovo fusibile ha fatto quello che voleva.

Sono di nuovo nel mio salotto.
Rebus alla mano, mi metto a risolverli alla stessa velocità di Mastro Lindo che fa le pulizie.
Li risolvo tutti e passo alle parole crociate.
7 verticale, 5 lettere: se ti manca, non vivi. Comincia con la A.
Lo so: AMORE.
Non so se scriverlo o no. Speravo che il fusibile mi facesse scrivere senza farmi pensare. Ma non è così.
Mi sembra di essere davanti a Gerry Scotti che mi preme per una risposta.
E' la mia risposta definitiva?

Conclusioni: L'accendiamo?

domenica 4 marzo 2007

Il mago della stazione


Arrivo alla stazione in anticipo.
Cosa abbastanza inusuale, anzi una vera rarità.
Sono le 6.15 ma non serve un orologio: basta guardare borse (non da viaggio) e occhiaie sui volti dei trepidanti futuri passeggeri.
C'è un lieve brusio, qualcuno chiacchiera con nessuno, nessuno chiacchiera con me. Io non parlo con loro, ho sonno, mi brucia l'occhio e voglio solo andare a casa anche se l'ho, da pochi minuti, lasciata.


Non credo che la giornata di oggi andrà bene: e infatti, a sera, mi darò ragione.
Mentre penso alla mia mamma e alle cotolette fantastiche che lei e solo lei sa infilare in quel modo in un panino surgelato, sento una coppia accanto a me che sussurra e ridacchia.
La gente che non vuole farsi sentire mente spettegola, ha la grande capacità di nascondersi come se stesse urlando in un cimitero di notte.
Così curiosa mi giro, e vedo salire le scale un ragazzo di un altro tempo.
Mi chiedo se abbia creato un portale, o sia il fratello maturo di Harry Potter.

Vestito di nero, dalla testa ai piedi, indossa un curioso cappello a cilindro, veramente grande. Porta con sè 2 valigie di pelle consunte, chiuse con un laccio che le stringe. Ha i capelli lunghi, rossi, e dei baffi portati all'insù; tutti lo guardano, i 2 accanto a me si aspettano (li ho sentiti) che tiri fuori un coniglio bianco dal cilindro.
Ma sarebbe troppo scontato.

Lui che fa: compra una bottiglietta d'acqua alla macchinetta, la infila in tasca e non guarda in faccia nessuno, guarda i binari. Ad un tratto si sposta e si mette in piedi accanto a me.
Io non lo guardo, non voglio che si senta osservato; ma poi penso, come può uno così non sentirsi osservato? Ma soprattutto, gliene fregherà qualcosa??
Così lo guardo, un po' di sfuggita. Ha gli occhi verdi, o forse azzurri.

Ci vedo poco, è un po' di mesi che non ci vedo più tanto bene...l'età, che ci vuoi fare!
Una volta dovevo andare in pizzeria, e cercando di convincermi che ci vedevo bene leggendo l'insegna, sono finita in una palestra. Così ho detto al ragazzo della palestra che avevo fame, ho girato i tacchi e me la sono squagliata.
Mi sono immaginata lui, alla sera, che raccontava dei pazzi che oggigiorno girano per le palestre.

Ad ogni modo, il mago della stazione era lì vicino; avrei voluto parlargli ma non sapevo cosa dire. Così ho pensato ad un pretesto, per esempio potevo andare alla macchinetta dell'acqua, far finta di non avere monete e chiedergli se mi poteva cambiare 5 euro.
Ma io 5 euro, non le avevo accidenti.
"Scusa hai da cambiare 50 euro? C'è un'arsura alle 6 di mattina muoio di sete!" Mmm meglio di no.
Allora ho pensato di farmi cascare qualcosa in modo che lui me la raccogliesse e potessi ringraziarlo e attaccare bottone. Avevo con me solo un sacchetto con una grande faccia rosa disegnata.
"Scusa mi è caduta la faccia dal sacchetto, non è che con un colpo di bacchetta me la riattacchi?" Uhm.
Così ho pensato di chiedergli l'ora; probabilmente avrebbe tirato fuori un orologio da taschino del 1800.
Mentre prendo coraggio e decido di dire solo "scusa..." e poi inventerò quale baggianata rifilare al povero mago ormai protagonista del mio pensiero, sento il fischio del treno.
E' il momento!
"Scusami" gli dico; lui si volta incuriosito.
"Si?"
Oddio. E ora che cavolo gli dico? Dai dai sbrigati pensa a qualcosa prima che ti trasformi in un wc da viaggio.
"Sai a che ora arriva a Piacenza questo treno?"
Che domanda deficiente!! Ho il cartellone degli orari dietro di me!!!
Lui mi guarda e mi dice: "Non lo so perchè io sto ..an...co...sa!"
Il treno stride sui binari, e non l'ho sentito.
"Come? Non ho capito!"
"Non l..st...co..sa!"
"Eh??"

Il mio treno è arrivato, fa un rumore infernale.
Lui apre le braccia, sorride, mi fa ciao con la mano e scompare tra i passeggeri.

Cioè non voglio dire. Ho parlato con un mago, e non ho neanche capito cosa abbia detto.
Ho capito solo che oltre che cecata, sto anche diventando sorda.

L'oltrebar


Ore: 13.16

Tempo: Caldo fuori, caldo dentro

Situazione: assurda

Fatti: Me ne sto seduta in un angolo, su un muretto all'ombra di una grande magnolia, che inebria il mio olfatto con quei fiori grandi, bianchi...che la mia nonna mi prendeva sempre quand'ero piccola.
Mi alzo da lì, ho fame e vado in cerca di una bottega che venda un qualcosa di commestibile. La via che attraverso è rovente, l'asfalto si sta quasi sciogliendo sotto le mie scarpe rosa - che erano rosse un tempo - ma si sa, il sole si assorbe i colori per brillare di più.

Da lontano si materializza una figura a me conosciuta, ma nel senso di torpore non lo riconosco immediatamente.

- Salve ragazza!-
Oddio è proprio lui. Non ci credo!! Ma non era morto?
- Ciao Frank! -
- Pensavo non ci fosse in giro nessuno, con questo caldo...-
Io sono ancora un po' spiazzata.
- Già, stavo andando a cercare qualcosa da mangiare o qualcosa di fresco da bere...- gli dico io, con il più grande autocontrollo che riesco ad esternare.
- Ma scherzi?? Anche io! Forza vieni, ti porto in un posticino che non conosce nessuno -
Non mi nego all'invito dell'impavido Sinatra che mi si presenta, molto diverso da come lo avevo immaginato...amabile anzianotto con la magia pura nelle corde vocali.
E invece no, sembra più un ragazzo vestito con abiti che non gli appartengono.
Non ho il coraggio di chiedergli i motivi della sua presenza...la sua biografia non contiene una resurrezione nè tantomeno un ritorno dall'aldilà.
Ci avviamo verso un ponte, non troppo lontano da dove mi trovavo seduta.
Scavalchiamo una piccola palizzata, che da sulla ferrovia...per terra milioni di mozziconi, odori forti e acri, gatti randagi e vermi solitari.

Sotto al ponte si trova una porticina di ferro, scrostata e orribile a vedersi. Rossa, come le mie scarpe quando erano rosse. E scrostata, come una lapide prima che arrivi un'alluvione e se la trascini via.
Frank bussa 5 volte.
La porta non si apre, ma Frank non desiste, e con un calcio atletico e salto mortale incorporato degno del miglior Yuri Chechi alla sua discesa dagli anelli, apre con grazia violenta l'ingresso.

Mi sa segno con cavalleria di entrare per prima. Io lo guardo, e varco la soglia. Davanti a me un bancone a forma di S, in ardesia e legno di betulla. Un bianco e verde che si fondono armoniosamente. Le piccole sedie sono in alcantara. Freddie Mercury sta preparando un Mojito, spezzando il ghiaccio tra le dita dinoccolate.
- Salve Frank, salve ragazza! - urla da laggiù.
- Vi stavo preparando un drink! -
- Ehi Freddie!! Da quanto tempo...-
I due si stringono in un abbraccio fraterno.
-Questa è la mia amica...- dice Frank aspettando che dica il mio nome.
- Trilly! - dico io con un gridolino.

- Trilly, esatto!- conferma lui.
- Piacere cara - dice Freddie.
Io non parlo, sorrido e mi prendo il mio mojito fresco. Ci sono degli stuzzichini sul bancone, e li faccio miei.

Mentre Freddie continua i preparativi per la serata, Frank mi fa strada verso un tavolo. Ci sono tante persone qui, ma io non le conosco, non le guardo, meglio non riconoscerle.

Ci sediamo a un tavolino a forma di fiore. C'è un uomo seduto qui.
- Ciao Picà - dice Frank.
- Oh Frank..caro amigo, ti ho detto tante volte di chiamarmi Pablo...-
I due ridono allegramente.
E io penso a 2 cose: o sono pazza, o sto per impazzire.

Frank si accorge del mio disagio.
Mi prende una mano tra le sue, e sento i segni della sua senilità sulla sua pelle.

- Mia trilly - dice - la morte del corpo non è la morte dell'anima. Qui vive chi è ricordato nel tuo mondo. E io vivo sempre un giorno in più, perchè anche tu ti ricordi di me. Grazie per quella foto mia che hai appeso in cucina. E' fantastico vegliare sulla tua casa. Ma ricorda che i vivi fanno morire i loro ricordi, più dei morti che si tengono vivi nel ricordo. Non dimenticare di ricordare sempre. -

Io lo guardo con una piccola lacrima... -E' arrivato il momento che io vada. -
Mi alzo, gli stringo la mano e mi allontano.
- Sei stata la benvenuta nell'oltrebar! A presto! - dice Freddie asciugando dei bicchieri; io alzo la mano, e lo saluto dalla porta.

Esco fuori, e torno nell'afa più soffocante. La strada è deserta, non c'è nessuno. O forse, non c'è nessuno che ricorda di ricordare.

Conclusioni:
Canticchio tra me e me: "I've got you...under my skin..."

Inizia così.

Questo blog nasce per pubblicare le mie storie.
Le storie di Jinger.

Storie di vita, non vissuta.